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29 Ottobre 2011
Domenica scorsa, guardando la bacheca di Facebook, ho notato la moltitudine di foto di Sic, il giovanissimo Marco Simoncelli. Ho pensato che avesse vinto la gara, che fosse talmente amato che tutti volevano dedicargli dei link. Mi sbagliavo…
Domenica mattina, durante la gara di Sepang, Marco ha perso il controllo della sua moto e, nel tentativo di rimanere in sella alla sua Honda, è caduto ed è stato investito dai piloti che lo seguivano e che non sono riusciti ad evitarlo, Colin Edwards e l’amico Valentino Rossi. Vano il tentativo di rianimarlo. Marco è morto.
Domenica mattina, durante la gara di Sepang, Marco ha perso il controllo della sua moto e, nel tentativo di rimanere in sella alla sua Honda, è caduto ed è stato investito dai piloti che lo seguivano e che non sono riusciti ad evitarlo, Colin Edwards e l’amico Valentino Rossi. Vano il tentativo di rianimarlo. Marco è morto.
Quello che vi ho appena raccontato è ormai storia nota: tutti, anche i più piccoli, abbiamo visto il suo incidente, abbiamo visto papà Paolo (che fino ad una settimana fa, in pochi conoscevano) precipitarsi con uno scooter vicino al corpo del figlio, abbiamo visto piangere la fidanzata Kate (che non è la principessa d’Inghilterra), …
E poi, ancora, abbiamo visto i funerali e tutti ci siamo meravigliati della compostezza della famiglia, delle lacrime non versate. C’è chi si è chiesto come si può non soffrire o, al contrario, avere tanta forza.
Allo stesso modo, ci siamo chiesti come può mamma Concetta non piangere per la perdita di Sarah. Idem con patate per la famiglia di Yara.
Come se il dolore è tale solo se mostrato in televisione.
E poi, ancora, abbiamo visto i funerali e tutti ci siamo meravigliati della compostezza della famiglia, delle lacrime non versate. C’è chi si è chiesto come si può non soffrire o, al contrario, avere tanta forza.
Allo stesso modo, ci siamo chiesti come può mamma Concetta non piangere per la perdita di Sarah. Idem con patate per la famiglia di Yara.
Come se il dolore è tale solo se mostrato in televisione.
Ecco, è questa spettacolarizzazione del dolore che non mi piace. Dovremmo limitarci alla curiosità di sapere come sono andati i fatti, al dovere dei giornalisti di informare e non fermarci a giudicare il grado di sofferenza per la perdita di un parente. Dovremmo parlare di chi non c’è più e non degli autografi firmati dai loro presunti assassini.
La televisione fatta così non va bene. Quei programmi che, con la scusa di informare, guadagnano sulla sofferenza altrui bisognerebbe boicottarli.

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